Il congiuntivo imperfetto
All’inizio era Antonio La Trippa, alias Totò di “Vota Antonio, vota Antonio”, a farci ridere delle magagne della nostra politica. Poi, qualche anno fa ci si è messo Antonio Albanese con il suo Cetto Laqualunque e quel “Non ti sputo perché ti profumo” con cui minacciava gli avversari, mentre ai suoi elettori prometteva “affettuosamente qualunquamente pilo e prosperità, pilo e mazzette, più pilo per tutti”. Ma da un certo momento in poi non abbiamo più avuto bisogno della suggestione dei comici per poter ridere della nostra politica. La svolta è stato prima Berlusconi, tra barzellette e gag involontarie, poi ci si è messo Beppe Grillo che, come fece Berlusconi, e’ sceso in campo abbandonando, quasi totalmente, la sua attività primaria, ma soprattutto Antonio Razzi, 68 anni, abruzzese, emigrato in Svizzera senatore di passaggio per l’Idv di Antonio Di Pietro per approdare alla corte di Scilipoti, salvando il Governo di centro destra infine a quella di Berlusconi. Da Razzi in poi, non c’è stato più bisogno del comico che riscrivesse in stile surreale le gags sui professionisti della politica. Maurizio Crozza, per molti versi, risultava addirittura meno efficace del suo ispiratore. Tanto per capire è stato lui, Antonio Razzi, ben prima della bagarre sulle unioni civili, a coniare il termine “uomini sessuali” su cui Checco Zalone ha costruito una famosa canzone inserita nel suo film del 2009 “cado dalle nubi”. Emigrante, tessitore, rientrato in Italia con il suo italiano incerto, già esponente della commissione cultura, ma talmente consapevole dei suoi limiti da andare a ripetizione da Vittorio Sgarbi, il quale, il maestro, non avrà potuto fare a meno di insultarlo con il suo proverbiale “Capra, capra, capra”. Addirittura epico Razzi per l’italiano sproloquiato da fare invidia al Cetto Laqualunque di Albanese. Impredibile una sua intervista a la Zanzara di Crociani. Un quarto d’ora in cui infila uno strafalcione dietro l’altro dal “Deve sapere i cittadini” al “Io me ne avrei andato”, dal “Lo devolgo alla chiesa” al “Non ho mai venuto qui per prendere la pensione da parlamentare”. Frangente in cui dimostra, oltre ad una preoccupante approssimazione che rasenta l’ignoranza su argomenti di cui dovrebbe occuparsi per lavoro, un assoluto spregio per le forme verbali. Non a caso Crozza ha costruito su di lui un personaggio per il quale l’immaginazione non ha niente da invidiare alla realtà.
Ma, proprio in questi giorni risulta in grande ascesa un altro politico che rispetto alle origini modeste di Razzi e con 30 anni di meno ci restituisce qualche interrogativo inquietante sull’analfabetismo di ritorno della nostra lost generation. E pazienza se rispetto a tanti altri coetanei che faticano ad avere un lavoro e si ritrovano costretti a vivere con mamma e papà lui potrebbe e apparire un privilegiato. Alessandro Di Battista, quasi trentottenne, parlamentare pentastellato ha evidenziato nelle ultime uscite pubbliche un serio problema con coazione a ripetere sulla coniugazione dei congiuntivi. Tanto che un video dello youtuber Daniele Cina’, diventato virale, lo mette a paragone con Fantozzi e lo marchia con il titolo Di Battista contro i congiuntivi. Congiuntivite. Quattro gli episodi a cui si fa riferimento. Nel primo si oppone a Gennaro Migliore, che in studio gli dà sulla voce durante la trasmissione di Corrado Formigli “Piazza Pulita”. Così Di Battista ringhia “Lei non mi interrompi, io non la interrompo”. Non contento scivola ancora “Le banche scrivino le manovre finanziarie”. È ancora “Il totale soddisfamento”. Per concedere il bis finale con un minaccioso “Mi facci parlare”. Naturalmente l’accostamento con Il Fantozzi, ragionier Ugo, che era solito dire contorcendosi le mani e rivolgendosi al capo ufficio Gianni Agus “Facci lei” non poteva che essere scontato. Ed ecco che Di Battista diventa il principe dei gaffeur. Anche perché in un recente passato non si era fatto mancare nulla per provocare i suoi colleghi alla camera. Dal mafiosi riferito a Pippo Civati e a Gianni Cuperlo (“Mafia è Civati costretto a restare in un partito in cui ha pagato 35 mila euro per stare in parlamento, la mafia e’ Cuperlo che ha buone idee e cita Berlinguer ma che per stare in quello scranno accetta le porcate perché glielo chiede il partito”) sino a un messaggio sconvolgente sul sito di Grillo in cui suggerisce di “capire e conoscere le motivazioni di un terrorista perché non lo sconfiggi mandando più droni ma elevandolo ad interlocutore”. Nell’ottobre dello scorso anno il New York Times lo insignisce del titolo di vincitore speciale nella classifica delle bugie, perché l’anno prima, nel corso di una manifestazione tenutasi al circo Massimo, descrive la situazione in Nigeria, definita tranquilla dal ministro Beatrice Lorenzin “Il 60 per cento e’ in mano a Boko Haram e il resto del paese e’ in mano a Ebola”. Viene smentito dal New York Times avvalendosi dei dati dell’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità. Questo Di Battista, evidentemente al di là dell’idiosincrasia per le forme verbali e della sintassi svogliata, possiede un indubbio gusto per la provocazione con forme di devianza per scenari apocalittici e visionari. Eppure, stando al suo curriculum dovrebbe trattarsi di un ragazzo affidabile e con solide basi culturali. Diploma al liceo scientifico con 46/60, laurea in Disciplina dell’arte della musica e dello spettacolo (DAMS) all’Università di Roma III, master di secondo livello in tutela internazionale dei diritti umani alla Sapienza di Roma. Ha lavorato un anno come cooperante in Guatemala. Poi in missione per il microcredito in Congo, a Kinshasa, poi diritto all’alimentazione per l’Unesco. Ha collaborato con il consiglio italiano rifugiati con la Caritas e altre associazioni umanitarie. Nel 2010 parte per il Sudamerica lavorando a un libro sulle nuove politiche continentali che lo ha portato in Argentina, Cile, Paraguay, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, Cuba. Due anni più tardi e’ perfino l’autore di un e book per la Casaleggio associati, acquistabile al prezzo di 5 euro, sui sicari sudamericani. Non sembrerebbe insomma un ragazzetto alle prime esperienze sul pianeta terra. Fra l’altro si è’ anche ritrovato a contatto con realtà scomode in cui occorre stare attenti a come e con chi si parla. Regeni insegna. Ma evidentemente dai tempi della frequentazione della scuola d’arte un po’ di simpatia per gli scenari apocalittici gli deve essere rimasta. Non si spiegherebbe altrimenti questo suo retrogusto per l’esasperazione di certi concetti. Poi c’è’ la rete che tutto vede e tutto sa. E allora c’è il cinguettio livoroso “Sette anni al baretto del DAMS a Roma tre per prendere una triennale, non è mica un mistero”. O il finto stupito che getta li ” E si era proposto come ministro degli Esteri”. Ma c’è anche chi per amor di par condicio getta un po’ di fango sull’autore del video virale ” Daniele Cina’, altro miracolato della Leopolda, nel suo canale YouTube non prevede gli strafalcioni di Renzi, degni della peggior Gelmini, tipo tunnel del Gottardo e la poesia di Borges che poi non era di Borges”. E c’è il sospetto che le scorie del dopo referendum in qualche modo tra Dem e pentastellati continueranno a mietere vittime sprovvedute, in una sequenza che dal tunnel del Gottardo si snoda sino al ciaone e alla congiuntivite. Anche se quello delle gaffes sintattiche e’ un argomento in perenne tracimazione sui social e non e per categorie diverse che interessa non solo i politici ma anche i giornalisti. Con interpreti che evidenziano difficoltà non solo con il congiuntivo ma anche con le relative. Avete mai fatto caso alle cronache in TV di quotati opinionisti tecnici? O ai calciatori che invece di dire e’ logico utilizzano allo stesso modo e’ regolare che? E per quanto riguarda i tecnici non parlo solo di Trapattoni che con i suoi 77 anni si è costruito un linguaggio a parte è talmente visionario di cui dovrebbe interessarsi, alla pari del “petaloso”, l’accademia della Crusca. Per finire, impietosamente, con la consigliere regionale e comunale Lilli Lauro, studi da broker, ex presidente dell’istituto didattico di Castelletto, che incespica in un più pochi di, forma dialettale che sta per meno di, in una sua dichiarazione riportata da un giornalista. Concorso di colpe, forse. Comunque tanto da far sobbalzare un militante di Forza Italia che segue la vita politica del consigliere comunale. Insomma c’è’ poco da stare allegri. A meno che, visto che il linguaggio costituisce anche uno strumento sociale e può variare a seconda delle situazioni in cui ci si trova, anche quello non risenta, in ultima analisi, della crisi che stiamo attraversando. E i nostri politici ci stiano aiutando a superare il momento di difficoltà. Devastando anche la lingua.
Il Max Turbatore


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